Leggende e Tradizioni

2013-10-08

Tiriolo: la leggenda della ninfa Arocha

Arocha era una bellissima ninfa appartenente al coro della dea Artemide; figlia del Crati e del Targine, ella conduceva una vita libera e maschia, disdegnando qualsiasi mollezza e dedicandosi solo alla caccia. Ma un giorno, mentre si lavava ad una fonte, fu intravista da un pastore di nome Petraro che per lei perse letteralmente la testa, al punto da rimanere insonne senza cibo più giorni, completamente rapito dalla visione di quel corpo femminile che si era offerto al suo sguardo furtivo. Più volte Petraro avvicinò la ninfa dicendole quello che sentiva per lei ma non fu degnato di uno sguardo e le sue ore presero a consumarsi in un deliquio esasperato. Un giorno, accecato d’ira dall’ennesimo rifiuto, il pastore le usò brutale violenza e quindi fuggì per i boschi. Arocha, umiliata e offesa, si rinserrò nel proprio dolore. A nulla valsero i tentativi di consolarla che le altre ninfe e la stessa Artemide cercarono in tutti i modi di mettere in atto: Arocha si sentiva solo di piangere. E pianse, pianse tanto, senza smettere un solo attimo, tanto che il Dio sole, impietosito, la mutò in fiume, l’attuale Corace e poi si mise sulle tracce del violentatore per punirlo. Coi suoi dardi infuocati arse i boschi dove Petraro si era nascosto e quando lo stesso fu allo scoperto senza più possibilità di nascondersi, lo fece bersaglio di un fitto lancio di pietre, fino a seppellirlo vivo. Da qui, secondo la leggenda, l’origine della brulla spianata sita nei pressi di Tiriolo, che dal violento pastore prese il nome.