Personaggi

2012-12-20

Nostalgia del Natale di una volta

di Francesco Riga

Sul numero  1-2 (nov.-dic) del  1958 di Calabria Letteraria, allora direzione e proprietà di Emilio Frangella, venne pubblicato questo testo del maestro elementare Francesco Riga,  nativo di Cortale ma in quegli anni  residente in Nicastro e padre di Graziella Riga, deputata per il PCI  dal ‘72 al ‘79. Lo ripubblichiamo qui, a distanza di tanto tempo, perché  molto bello, quasi poetico, a dimostrazione  che il nuovo reca sempre sofferenze,  destinate magari  poi ad appianarsi; e anche  come un dono post-mortem  alla figlia, scomparsa nei mesi scorsi. 

  "Il Natale delle città non è come quello dei paesi ; ed inoltre il Natale di oggi non è come quello di una volta. Questo fatto non so se sia un bene oppure un male; ma tant’è, ed io, a cavallo così come sono tra il vecchio e il nuovo, non potrei darne il giudizio. Una volta, nei nostri paesi , il Natale non era solamente una giornata, il 25 dicembre, ma un periodo abbastanza lungo, che incominciava dal giorno 16, qualche ora prima dell’alba, allorchè il sagrestano, ridestando echi e nostalgie secolari, tirava la corda della campana maggiore per dare il primo tocco, profondo e dolce, della Novena. Allora tutto il paese si rimetteva in vita; ancora non c’era , se pur tanto comoda, quella cosa nuda e fredda che è la luce elettrica, per cui avveniva un fatto quasi magico che ormai è scomparso per sempre: vedevi cioè di colpo , fiocamente illuminarsi  tutte le finestrelle delle case, e queste fiammelle muoversi come da sole da una stanza all’altra; sentivi poi stridìo di serrande, e sbattere affrettato di porte , e fresche voci giovanili gettare nomi nell’aria limpida e fredda.
   I ragazzi , poi, diventavano matti dall’allegria; e i finestroni della chiesa, brillanti nella grande massa nera, invitavano al tepore delle navate dove c’era il presepe col suo odor di albatro e di mortella, e il timido tremolio dei lumini accesi che mettevano in luce i volti attoniti  dei pastori. Anche i pastori veri c’erano, quelli vivi cioè con lunghe barbe, o trascuratamente rasate, con forti gambe per scendere dalla montagna , e braccia robuste per sostenere la zampogna , o la cornamusa, a cui dar fiato standosene nascosti sotto l’impalcatura del presepe . Alla Novena ci andavano pure gli anziani , contadini ed artigiani, con la falda del ruvido tabarro buttato sulla spalla; e poi anche i “civili”, vale a dire il maestro, il medico, il notaio, il farmacista, i titolati per censo : Don Rocco, Don Basilio, Don Nicola (senza dire dei giovanotti che, per via delle innamorate, erano i primi ad entrare per poter cogliere, da sotto il “vancale”,  pudicamente abbassato sulla fronte, le fuggitive e stellanti occhiate).
   E poi il canto della ninna- nanna che, accennato dall’organo, si spandeva come  una lenta marea  e trascinava tutti, uomini e donne, a formare un grande organo vivo in cui, a salire verso l’alto, premendo sulle rozze assi della volta, c’era un’ondata indefinibile di giubilo e di dolore:  “Tu scendi dalle stelle –o re del cielo…”.
   Non so perché il tono grave degli uomini ,che commenta nei canti di chiesa il timbro bianco delle donne, mi tocca sempre il cuore come esprima un rassegnato senso di eterno ed ineluttabile dolore!…
   Così la funzione aveva termine quando l’alba  appena accennava  a sbiancare il cielo: le donne. infreddolite, ticchettavano verso le case a fare un po’ di fuoco e bollire il latte, e gli uomini, schiarandosi rumorosamente la gola, preparavano sugli asini le ceste e gli arnesi per raggiungere la campagna.
   Ma ora non più. Il tocco della campana maggiore non è più dolce e profondo, perché , quando giunge, non ha più la maniera di rimbalzare sull’ovatta impalpabile della notte; batte il cielo quando questo è già tutto bianco, e le stelle hanno chiuso gli occhi, e l’alba ha da tempo spogliati del loro vestito  d’ombra  gli spigoli delle case, e i contadini sono giunti tra i ciottoli del sentiero a spingere il ritroso somaro, e mastro Titta ha pur lanciato in alto il primo sguardo  per vedere che tempo fa, ed il fumo azzurrognolo mattinale da un pezzo fluttua sui tegoli rossigni.
Non è questa la Novena di Natale. Per poter essere proprio essa c’è bisogno  che, quando al ripetere del tocco di campana si apre la porta di strada, tu abbia, steso davanti agli occhi, il tremolìo delle stelle, e , magari, se capita, uno spicchio di luna, stanca per il lungo cammino fatto.
 Poi bisogna ancora che i ragazzi, finita la funzione, abbiano sulle spalle la malia del buio nel salire gli sconnessi scalini delle case rustiche, per la reciproca visita ai piccoli presepi domestici, preparati nell’angolo della camera di entrata.
 Dicevo pure in principio che il Natale delle città non è come quello dei paesi . Ciò potrebbe essere materia di un altro lungo discorso, ma mi sbrigo con due parole .Ho avuto anch’io l’occasione di passare il Natale in città, da giovane, alquanto estroso vagabondo: tutte rispettabili ed apprezzabilissime cose, mi capitò il destro di riempirmi la pancia, gli occhi, le orecchie, diciamo pure le mani; ma l’anima no: era rimasta vuota, scontenta , deserta, e la dovetti trascinare per le squallide, grandi strade in una malinconia che mi portò più volte alle lacrime…"