Luoghi

2012-11-22

I Carbonari del Lametino

Dopo la restaurazione del 1815 il lametino fu uno dei più attivi centri carbonari del Mezzogiorno. Delle “vendite”, presenti non solo a Nicastro e a Sambiase ma in tutti i paesi della diocesi, facevano parte noti esponenti del clero che il vescovo Berlingieri, in un suo registro riservato, indicava come “carbonari sfrontati”, “carbonari riscaldati”, “carbonari massoni”, “carbonari graduati”, “carbonari oratori o predicatori”, “carbonari effervescenti ed eretici domatizzzanti nella società segreta”, “carbonari dignitari”, “maestri” e “gran maestri”. Gli ecclesiastici schedati sono 317, compresi i canonici della cattedrale di Nicastro e di quella di Martirano. Di essi ben 50 risultavano affiliati alla Carboneria (fin dal 1813), cioè quasi il 16 per cento, cifra più alta della percentuale delle province meridionali (15,3 per cento) calcolata dal Ministero di Polizia. A Nicastro erano schedati come carbonari, oltre a don Dioniso Torchia, parroco di Santa Maria Maggiore, che era “capo maestro carbonaro” a Serrastretta, alcuni canonici della Cattedrale (don Giuseppe Lamberti, don Domenico Liscotti, don Prospero Longo, don Vincenzo Rettura, don Michele Torcasio) e i cappellani don Luigi Misiani, don Bruno Gaetano, don Domenico Cerra, don Bruno Gigliotti, don Filippo Orlandi. A Sambiase guidavano la locale “vendita” l’arciprete don Silvestro Andreasi e i sacerdoti don Giuseppe Matarazzo, don Giorgio Sinopoli e don Pasquale Tropea.
“Vendite” carbonare operavano in tutti i paesi del circondario. Particolarmente attive sia nei moti del 1820-21 che in quelli del 1830-31 furono quelle di Gizzeria, Serrastretta, Maida, Nocera e S. Mango. Il 1832 fu un anno particolarmente tormentato a causa del terremoto dell’8 marzo e del pericolo del colera. Sia l’uno che l’altro evento, come altre calamità naturali che si abbattevano sul territorio, erano intesi e prospettati al popolo da parte delle autorità civili e religiose come punizioni divine contro la malvagità umana e il sovvertimento dei valori cristiani, determinato dalle idee liberali e dai moti carbonari degli anni immediatamente precedenti. Il vescovo infatti il 25 aprile, nella circolare sul precetto pasquale, pregava i parroci di “efficacemente insinuare alle rispettive popolazioni di non essere trascurate a riconciliarsi con Dio, ora principalmente che la di Lui irritata giustizia minaccia castighi”. Al fine di ottenere l’intercessione divina per la fine del terremoto, la popolazione si sottopose a digiuni e le congreghe di Nicastro e di Sambiase organizzarono solenni processioni delle statue dei Santi patroni. Lo stesso comportamento fu tenuto nei riguardi della minaccia del colera. Gli eventi nefasti del terremoto e del colera diedero però impulso alla ristrutturazione urbana di Nicastro con la sistemazione dell’attuale via Lissania, vero cuore della città, su cui si affacciavano il palazzo baronale e quello vescovile, simboli del potere civile e religioso. Contestualmente si diede il via a una serie di lavori di risanamento di diversi quartieri al fine di migliorare l’igiene e la salute pubblica. (di Vincenzo Villella tratto da Scheria-La terra dei Feaci)



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