Luoghi

2012-11-17

Viaggio in Calabria: Guardia Piemontese


Rubrica a cura di Domenico Paravati

 

Guardia Piemontese, 19 giugno 1981 - Quassù sembra di essere su un aereo. Sotto di me una lunga striscia di spiaggia che si estende a perdita d’occhio a destra e a sinistra. Arrivare fino a Guardia sembra ancora un’impresa, anche se la strada delle Terme ha risolto ogni problema di isolamento. Viene subito da pensare agli scherani del Conte di Fuscaldo che una notte si arrampicarono sulla collina per eseguire la sentenza di morte per i Valdesi. La Porta del Sangue è proprio qui, un occhio grande che guarda un mare stupendo. Le urla di uomini, donne, vecchi e bambini trucidati dovettero arrivare, quella notte, fin sulle onde del mare. Il sangue, forse, scivolò letteralmente per questa porta che si apre dopo una lunga e stretta discesa dove, stasera, i ragazzi giocano tranquilli come se la tragedia non si fosse mai verificata. Sono proprio alla ricerca  di questo segno che mi sembra impossibile trovare sotto un cielo terso, fra mare azzurro e monti verdi e tra i sorrisi dei bambini. Ma quassù, oltre ad un pezzo di roccia stilizzato, sul quale è incisa la data del 1561, mi pare si possa toccare con mano solo il segno della tragedia dell’emigrazione, comune a tutti i paesi della Calabria, stemperato dalle poche casette rimesse a nuovo dopo anni di Germania o di Svizzera. Comunque trovo delle “curiosità”. Potrebbero essere la chiesa parrocchiale di S. Andrea, del 1600, ridotta quasi ad un rudere, dove convivono, in silenzio, un S. Antonio  col Bambino, un S. Francesco di Paola, ovviamente a mezzo busto; una Santa Lucia, giovane e bella, e qualche altro Santo miserello, che dovrebbe avere il compito di assicurare un futuro meno pesante alla comunità.
    Dei Valdesi si conserva il linguaggio d’origine - almeno a quello nessuno  poteva rinunciare -  per il quale la Regione Calabria avrebbe, da tempo, pensato al recupero ufficiale insieme con l’arbresh dei paesi albanesi e il grecanico di Bova e Condofuri.
   Che l’atto di forza dello Spinelli di Fuscaldo  abbia prodotto il risultato sperato, mi sembra fin troppo evidente proprio nella chiesa di S. Andrea e nel convento dei Domenicani, sorti, appunto, quando il bagno di sangue aveva fatto ben meditare  i superstiti “piemontesi”  di questo colle della Calabria, fedeli seguaci di Pietro Vaud. Tanto che adesso un bel S. Antonio sorridente  vi può accogliere anche sulla prima porta di casa che incontrate sulle stradine intorno alla famosa “Torre di guardia”, ormai un rudere. Questo rudere lo trovo ridisegnato nella pietra di un giardinetto, con fiori e pesci rossi, e sul berretto delle guardie municipali. In cima ad una “ruga” è scritto “via Italia”, forse per equilibrare  “via dei Valdesi”, che scorre proprio lì vicino, e fugare eventuali dubbi sull’italianità di questa gente  che parla un dialetto occitanico. Un altro segno della “diversità”  lo scorgo in un’anziana donna, che si affaccia lentamente da un balcone in piazza adornata dei colori stranieri di un costume che mi dicono già perso. Come le vecchie donne dei “nostri” villaggi, mi guarda con diffidenza; e mi sembra indecisa se rimanere sul balcone raccolta nei colori sgargianti o sfuggire allo sguardo. L’aiuto, ostentando indifferenza e filando via.

(di Domenico Paravati-Calabria letteraria Marzo 1982)