Luoghi

2012-10-29

Viaggio nell'Alta Calabria: Mormanno

L'area intorno a Mormanno da un paio d'anni è interessata a scosse di terremoto, più o meno gravi come quella dei giorni scorsi. Ma anche la neve crea problemi d'inverno nei paesi del Pollino calabro-
lucano. Nel lontano 1963 il nostro periodico reportage pubblicò questo articolo di Domenico Paravati, poi ripreso dallo stesso autore nel libro- pubblicato con il fratello Feliciano- da l titolo "Ciao San Floro Ciao Calabria -ABC COMMUNICATION-Roma 2003".


VIAGGIO NELL’ALTA CALABRIA

La neve era alta - Il trenino, pieno di militari,  arrivò finalmente  a Mormanno-- “Se mio figlio non si ammala oggi non si ammalerà mai più”- Molti viaggiatori aprirono le valigie e tirarono fuori salsicce e soppressate- A sera giunsi a Saracena

(Reportage- periodico di Nicastro -16 gennaio 1963)

   Alle nove  entrai in Calabria. E trovai una Calabria mai vista: bianca, candida. Il trenino quasi non ce la faceva  ad andare avanti. La neve era alta. In alcuni punti si vedeva all’altezza dei finestrini. Non avevo mai visto una Calabria così. Nel  trenino si parlava delle ultime nevicate e della linea che s’era interrotta a Mormanno. Fino a Mormanno si poteva arrivare, magari con un po’ di ritardo. Il trenino era pieno di militari che andavano in licenza. Alla mia sinistra, un uomo con un fucile a doppietta e il cinturone pieno di cartucce. Mi meravigliai del fatto che andasse a caccia con la neve e glielo dissi. Mi rispose che non aveva voglia di andare a caccia con la neve, ma che avrebbe aspettato il tempo bello in casa di amici. Qualcuno soggiunse che c’era poco da sperare nel tempo, dal momento che in tutta l’Europa stava nevicando.
   A Laino scesero alcuni viaggiatori e ne salirono altri. Salì anche una donna con un bambino in fasce, bello rosso rosso. Ad ogni stazione la donna pregava i viaggiatori di chiudere subito lo sportello per non fare ammalare di bronchite il bambino, e diceva “Se mio figlio non si ammala oggi, non si ammalerà più in vita sua”. Così dopo due ore, il trenino giunse a Mormanno. Aprirono tutti gli sportelli e il capostazione disse che dovevamo scendere tutti. Dio mio, allora era proprio vero. Non si poteva andare avanti per la neve. E io, che dovevo  arrivare a Castrovillari in mattinata! Scendemmo comunque. E il capostazione continuò  a dire che si sperava di riparare la linea entro le tredici e trenta. Che buggeratura. Faceva un freddo cane. La stazione era piccolissima e naturalmente non riscaldata. Riuscii ad intravedere un bel braciere solo nell’ufficio del capostazione. Ma non ebbi il coraggio di dirgli niente, eravamo in tanti. Per fortuna il paese era vicino. Ci si poteva rifornire subito di  pane e salame e mettere così a posto lo stomaco. Molti viaggiatori aprirono le valigie e tirarono fuori salsicce e “soppressate”. Avevo con me la macchina fotografica. Guarda un po’, mi poteva essere utile.
   Più tardi, quando il  sole incominciò a far capolino dalle nuvole, ripresi il paesaggio e mi feci fotografare in mezzo alla neve. Un ricordo dell’Alta Calabria. Fotografai poi la chiesa di Mormanno, una chiesa grandissima, attaccata ad una roccia, su uno strapiombo di cento metri. Le automobili avevano le catene e giunse notizia che il traffico sulla nazionale era semiparalizzato e v’era già stato qualche incidente. Dunque la neve in Calabria faceva  proprio sul serio. Gli operai della stazione si davano da fare. Andavano su e giù, ininterrottamente. Un macchinista da mezz’ora era impegnato a togliere la neve dalla sua locomotiva. Alle tredici e trenta, quando la linea fu riattivata, pregai il capo stazione, il macchinista e gli operai di farsi fotografare sulla strada ferrata, accanto alla locomotiva. Poi aspettai che arrivasse da Laino il mio treno. Così, come Dio volle, alle quindici vidi il Pollino. L’ultima neve. In fondo, la Piana di Sibari e poi Castrovillari con le sue case colorate. Dietro, l’abitato di Morano, ad anfiteatro sulle pendici di un monte.
   A  sera, una sera secca, quasi primaverile, giunsi a Saracena. Saracena è un paesotto di cinquemila anime. Chiesi a  un tizio perché Saracena si chiama così. Mi rispose che tanto tempo fa una principessa Sara, non meglio identificata, si innamorò follemente di un giovane del paese. Una sera, mentre i suoi e quelli del paese cenavano, la bella fuggì con l’amante e non si ebbero più notizie di lei.
   Saracena vive di agricoltura. Raccontano che siano famosi i suoi  uliveti che si perdono a vista d’occhio nella pianura. Il paese è appollaiato sulla roccia. Sembra un nido d’aquile: una “skipnjia”, come direbbe un albanese. In paese, tanti giovanotti col cappello alla tirolese. Eh già: in dicembre e in gennaio ritornano in Calabria, per le feste, gli uomini che lavorano a Zurigo o a Lucerna o in qualche città tedesca. Sembrano contenti a vederli. Sorridono, vanno su e giù per le strade. Si trovano nei bar, nelle cantine, dappertutto. Vi raccontano di una vita facile. Ma chissà cosa hanno in cuore:le loro donne, i loro figli, le loro case. Forse è tutta una commedia, la loro. In un supremo tentativo di rivalutazione della secolare povera condizione, vogliono farci credere di aver finalmente trovato il paradiso. Ma chissà, chissà cos’hanno in cuore.