Leggende e Tradizioni

2012-10-07

Costumi della Calabria

 Per quanto riguarda i costumi tipici della Calabria, ci limitiamo ad indicare quello che connotava fino ad alcuni decenni addietro l’abbigliamento femminile della ‘pacchiana’, oggi praticamente scomparso.
Anche il costume tradizionale maschile può dirsi quasi totalmente scomparso ad eccezione di alcuni elementi, conservatasi specie presso i pastori. Esso ha rappresentato per secoli uno dei tratti più caratteristici dell’ambiente popolare calabrese, anche attraverso l’iconografia del famoso “brigante”. Alla fine del secolo scorso, questo vestito si era fedelmente conservato tanto che Caterina Pigorini Beri (In Calabria, 1892) lo descrisse minuziosamente: “Il giubbetto corto, tagliato militarmente […] e con le mostre e i risvolti con una certa pretesa guerresca e i bottoni lucidi, sovrasta ad una specie di panciotto rigidamente abbottonato, fin dove cominciano i calzoni, tenuti su da una larga cinghia di cuoio affibbiata, o da una sciarpa rossa e scozzese a larghe righe a colori vivaci.... ecc.”.
Nella prima Mostra provinciale d’arte popolare tenutasi a Cosenza nel 1937 tale costume figurava esposto nella sua completezza, compreso il cappello specialissimo a cono “coperto di vellutini fino al vertice, i quali ricadono in abbondanti fiocchi sulle falde, e, perché troppo stretto sulla testa, è raccomandato ad un laccio legato sotto il mento”.
Ma torniamo alla ‘pacchiana’. Con questo termine deve intendersi non solo la contadina, ma in genere la donna di modeste condizioni  contrapposta alla signora che veste secondo la moda di Napoli.
Il costume della ‘pacchiana’ non è uguale in tutti i paesi, ma in ogni comunità presenta delle varianti.
Così, ad esempio, il costume delle pacchiane di Nicastro (oggi Lamezia Terme) consiste in un panno rosso intorno alla vita e sopra una gonna lunga con ricca plissettatura e, raccolta e legata dietro, in modo da formare una coda.
Certamente i vari pezzi che compongono l’abito delle pacchiane calabresi hanno una simbologia sia nei colori adottati, sia nella scelta e lavorazione della stoffa utilizzata. Possiamo dire che tutto il vestito, in ogni sua parte, era come una carta d’identità; era un’allegoria dello stato sociale della donna che lo indossava. Così a Nicastro il costume di ‘pacchiana’ veniva indossato per la prima volta intorno ai 15 anni e segnava il passaggio dalla adolescenza alla giovinezza. Il rito, con la partecipazione di parenti ed amici, non avveniva in un giorno qualunque dell’anno bensì  in occasione di una festa importante come quella del compatrono della città S. Antonio (il 13 giugno)  oppure a Natale o a Pasqua.
Ecco come era composto il vestito della pacchiana di Martirano, storico paese del Reventino.
Sette erano i pezzi caratterizzanti: “a cammisa janca longa”, una camicia di tela equivalente all’attuale sottoveste; “u cursè”, corsetto munito di stecche rigide; “u pannu” (rosso se sposata, nero se vedova, marrone se signorina), che lascia intravedere dall’orlo “a cammisa”; “a cammigetta” (camicetta di cotone, ma se elegante è di pizzo o velluto);“a gunneddra” (gonna riccia o plissettata, nera se vedova); “u mantisinu” (grembiule, se elegante è di seta) che ricopre la “gunneddra”. Quest’ultima veniva portata in modo da formare posteriormente una grossa coda; la parte anteriore veniva raccolta all’altezza della vita e ripiegata all’indietro con un nodo che ne formava la coda. Infine “u mannile”, striscia di stoffa che ricopriva la testa scendendo lungo il dorso fino alla vita.
Come si vede, la “Pacchiana” attraverso il colore del capo principale del suo vestiario, cioè il “panno”, esprime anche lo stato civile. E il colore varia da paese a paese. Così, in alcuni paesi, il verde viene indossato dalle nubili, il rosso dalle coniugate, mentre il nero è il colore del “panno” delle vedove. Sono evidentemente dei segni connotativi di immediata lettura da parte di chi osserva. Ecco un altro esempio: la pacchiana di Conflenti, altro paese del Reventino. Il suo costume consisteva in una camicia lunga e bianca; un panno (rosso per le maritate, marrone per le nubili) leggermente più corto che lasciava intravedere l’orlo bianco della camicia; il corsetto, un busto che modellava meglio la vita e il seno; una camicetta colorata, ricamata e arricciata in vita, spesso sostenuta da un Jippune (bustino); la fadiglia, gonna lunga fittamente impieghettata con grande riccio, lavorata a nido d’ape nella parte superiore. Le donne l’annodavano dietro, ma, nelle processioni, nei lutti o quando si entrava in chiesa o si era in compagnia di signore, le snodavano e le portavano sciolte (sciadate). Sul davanti pendeva un “fadale” di velluto o di altra stoffa ricamata ad intaglio, di pregio diverso per le diverse occasioni. In testa portavano un accessorio detto “mannile” adornato per le cerimonie con uno spillo d'oro. Quando due giovani erano innamorati e i genitori non erano d’accordo il maschio ricorreva allo “scapillamento” della fidanzata: cioè  le strappava il “mannile” e così nessun altro l’avrebbe più chiesta in sposa.
Infine, a conferma della enorme varietà negli accessori e nei colori del costume della ‘pacchiana’ calabrese riportiamo, brevemente, le caratteristiche di uno dei costumi più belli: quello della donna di Luzzi così come descritto dalla studiosa Calderini. “La camicia è di bella tela di lino, adorna al collo ed alle maniche da gale arricciate e trinate. Ad essa si sovrappone un aderente corpetto di velluto o seta rosso variamente colorato, più o meno adorno di ricamo, senza maniche, orlato di nastro verde e adorno di bottoni. Sul corsetto è il bustino, allacciato davanti molto in basso, sì da nemmeno mostrare detta allacciatura; è di velluto, di seta calabrese di Cerzeto, Longobucco, Catanzaro, rosso, o di altro colore, spesso ricamato a mano in seta, oro e argento, con maniche di velluto della stessa stoffa. Ad esse si sovrappongono altre maniche per lo più di colore unico o verdi o rosse o lilla scuro che vengono foderate di lino casalingo. Al gomito si usano rovesciare sì da mostrare la parte interna foderata di lino o seta molto ben ricamata e gallonata d’oro e argento. La gonna è della stessa stoffa del bustino, spesso ricamata a mano, a disegni floreali. È molto ampia arricciata in vita; ad essa si aggiunge in rarissime occasioni il grembiule di forma comune di seta a colore vario e a ricami costosissimi. Le calze si intonano alla gonna e vengono variamente ricamate. Scarpette scollate, di pelle nera e con tacco largo e basso. I capelli, spartiti sulla fronte, vengono raccolti in trecce, girate dietro intorno alla testa alternate a lunghi nastri colorati che scendono liberamente dietro, oltre la cintura. La tovaglia che li ricopre è di candido lino trasparente, con ricamino lungo l’orlatura. Molti sono i gioielli, portati solo dalla maritata salvo gli orecchini. Molti giri di catene d’oro lavorato e di perle vere che a volte raggiungono il numero di venti. Medaglioni d’oro lavorato e tempestati di pietre preziose, coralli. Gli orecchini sono lavorati in oro e perle. Anelli d’oro ornati di incisioni, perle, ecc. Bracciale di oro massiccio, con placche ben lavorate, ornate di perle, coralli, pietre preziose. Sul seno spilla d’oro lavorato e con pietre”.
Vincenzo Villella