Leggende e Tradizioni

2012-10-07

Il culto di Persefone a Vibo Valentia

 

La contrada Porto Salvo una volta era quanto di più paradisiaco si potesse immaginare: lussureggiante di verde e punteggiata di profumati fiori delle più svariate specie. Qui, in un giorno di tanto, ma tanto tempo fa, Persefone, in compagnia delle Sirene stava cogliendo narcisi quando sopraggiunse il tenebroso Ade, dio dell’oltretomba, che la trascinò di forza sul suo carro, e, spingendo al galoppo i suoi neri cavalli, scomparve negli abissi della terra. Così, la fanciulla, figlia di Demetra, dea delle messi, diventò la regina degli Inferi. Ma la madre, sconvolta dal dolore e per nulla rassegnata, chiese a Zeus che Persefone le venisse restituita, minacciando, in caso contrario, di non far più crescere un filo d’erba sulla terra. Il padre degli dei si trovò in grande imbarazzo: temeva la minaccia di Demetra, ma aveva pure qualche esitazione a contrariarsi Ade.

Trovò, allora, una soluzione che accontentava tutt’e due: la fanciulla sarebbe rimasta con lo sposo per sei mesi all’anno, autunno e inverno, durante i quali Demetra poteva anche attuare la sua minaccia, mentre per i restanti sei mesi, primavera ed estate, avrebbe vissuto con la madre. Persefone diventò, allora, il simbolo della vita che ciclicamente muore e risorge, secondo l’imperscrutabile e provvidenziale disegno della natura. Da qui l’importanza e la diffusione che il culto di lei ebbe in tutta la Magna Grecia, ove la maggiore ricchezza veniva proprio dalle coltivazioni. E ad Hipponion, l’antenata di Vibo Valentia, tale culto ebbe il sopravvento su tutti gli altri e si espresse anche con riti particolarmente suggestivi: «Le donne ipponiate al principio della primavera spiccavano i fiori novelli e s’inghirlandavano per imitare la dea, come se la figuravano, all’atto del rapimento…».

Inoltre, proprio nel luogo dove Persefone era stata rapita, fu eretto in suo onore uno dei più bei templi dell’antichità, che poteva vantare trecento colonne di granito verde di Numidia, e diciotto pilastri di porfido sui quali si levava l’altare d’argento e d’alabastro con la statua della dea.

 

(Tratto da: Giulio Palange, La regina dai tre seni. Guida alla Calabria magica e leggendaria, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1994)